Erik – Capitolo Due

La distanza non conta: è il primo passo che è difficile.
(Marchesa du Deffand)

Arrivai poco prima di pranzo; avvertii il profumo classico del pranzo preparato da mia madre, quello che non mi aspettavo era di trovare Cecilia seduta sul divano di casa.

«Mi ero preoccupata, non rispondevi più ai miei messaggi e ho deciso di venire qui dai tuoi, tua mamma è molto contenta di vedermi.»

Quando Cecilia si avvicinò a me sentii repulsione tanto da essere obbligato a fare un passo indietro. «Solo ieri sera mi hai lasciato, è naturale che non abbia voglia di rispondere ai tuoi messaggi.»

«Devi avere frainteso, Erik.»

«Sei stata piuttosto chiara quando mi hai detto ‘fra noi è finita’. Difficile fraintendere parole simili. Ho solo agito di conseguenza e personalmente non ho alcuna intenzione di tornare indietro.»

Cecilia non fece in tempo a rispondere perché arrivarono i miei genitori. «Che bello avervi a casa entrambi dopo tanto tempo. Siete qui perché dovete annunciarci qualcosa?» Mia madre aveva sempre sperato di diventare nonna presto, ma avevo sempre preso le mie precauzioni.

«In un certo senso mamma, ma non quello che vorresti tu.» Notai la delusione nel suo sguardo. «Ad essere onesto, Cecilia ieri sera ha deciso di lasciarmi ed io sto partendo, non so quando tornerò.»

Calò un silenzio quasi irreale, sia Cecilia che mia madre non seppero cosa dire per un lungo momento, finché mia madre non riprese a parlare. «Una crisi passeggera insomma.»

«Certo, mamma, Erik ed io non vogliamo…»

Non permisi a Cecilia di continuare. «Nessuna crisi passeggera, Cecilia mi ha lasciato, io ho accettato e ora riprendo in mano la mia vita. Lascio l’Italia, metto in affitto la casa in centro a Milano e gestirò il tutto dalla mia nuova casa. Non voglio tornare insieme a Cecilia.»

«Erik non fare il bambino.»

«Non iniziare. Ho preso la decisione e non torno indietro. E ora è meglio che torni a Milano a finire di preparare le cose.»

«Erik.» Cecilia aveva le lacrime agli occhi.

«Non sapevo fossi diventato così insensibile, il tuo lavoro ti ha cambiato molto. Vieni Cecila, vedrai che alla fine tornerà da te, sei la donna perfetta per lui: giovane, bella, elegante, sensibile e lo ami molto. Vieni Erik, andiamo a pranzo.»

Non capivo come mai non venissi mai preso sul serio, ogni cosa che dicevo o facevo era sempre poco importante o non era vera, soprattutto se riguardava Cecilia. Sembrava quasi che per i miei parenti lei fosse la donna perfetta per me, ma sinceramente non me la sentivo più di farmi prendere in giro da lei.

Rimasi fermo per un lungo momento prima di avviarmi verso la cucina dove mia madre e Cecilia stavano preparando il pranzo sorridendo. «Mamma, non mi fermo, devo preparare le ultime cose prima di partire.»

«Non dire sciocchezze tu ti fermi con noi, poi tu e Cecilia tornerete a Londra assieme.»

No non potevo lasciare che lei decidesse, nuovamente, della mia vita. «Mamma, ora basta. Non sono più un bambino, ho fatto una scelta e tu non potrai farmi cambiare idea. Fra me e Cecilia è finita ed io lascerò Londra entro la fine della settimana. Non ci sono né se né ma né altro: non tornerò con Cecilia che tu sia d’accordo o meno.»

Gli occhi di mamma si velarono di lacrime, era una delle sue tattiche per farmi capitolare, ma non questa volta. «Vuoi dare questo dolore a tua madre? Vuoi lasciarmi morire senza avere dei nopotini? Tu mi ucciderai alla fine con questi tuoi colpi di testa.»

Sospirai, era da quando avevo cinque anni che mi organizzava il matrimonio e mi vedeva circondato da figli, ma non era quello che volevo, non l’avevo mai desiderato e Cecilia aveva aggiunto ulteriori certezze alla mia decisione.

«Sopravviverai, mamma. Ho già organizzato tutto, Cecilia avrà indietro tutto quello che mi ha regalato negli anni, anche se non è molto visto che la maggior parte delle spese le ho sostenute io e lei non ha mai partecipato.»

«Ma lei sarà tua moglie, è tuo dovere sostenerla economicamente mentre starà a casa ad allevare i tuoi figli.»

«Non ho mai desiderato figli e soprattutto una donna che debba dipendere in tutto e per tutto da me. Voglio una donna che sia libera e non una schiava che posso usare a mio piacimento perché porto la pagnotta a casa e lei non può dire nulla.»

Cecilia mi guardò stralunata prima di parlare. «Ho dedicato anni a te e tu mi ripaghi così?»

«Non ti ho puntato una pistola alla tempia per obbligarti a fare quello che hai fatto, è stata una tua libera scelta, hai voluto tu dedicarmi tutto il tuo tempo libero. Ho sempre cercato di farti capire che non era necessario, ma non hai mai voluto ascoltarmi, ora dovrai trovarti un altro riccone. Io non sono più disponibile.»

«Ma ora io cosa farò? Non volevo dirlo così: ma sono incinta.»

Sapevo che non era vero, avevo usato ogni precauzione, ma mia mamma si voltò verso di lei. «Ma che splendida notizia, ora non avrai il coraggio di lasciarla.»

«Non è incinta, è il suo ultimo tentativo di trattenermi, mamma. Se fosse vero, verrò a visitare i bambini e li sosterrò economicamente, ma Cecilia per me ha chiuso. Questa ultima uscita, mi ha fatto capire quanto ho bisogno di allontanarmi da lei. E ora, ho da fare.»

Non lasciai il tempo di rispondere, ero stanco di ascoltare delle banali scuse per trattenermi e farmi fare quello che volevano. Presi la giacca e uscii diretto verso Londra e verso il mio ristorante giapponese preferito vicino a Holland Park. Presi il telefono e prenotai lo chef table anche se ero da solo me lo concessero essendo un cliente abituale.

Mi sarebbe mancato quel ristorante e non solo quello. Londra aveva tutto ciò che una persona poteva desiderare, tutto tranne la tranquillità di cui avevo bisogno in questo momento. Speravo che l’Italia mi potesse dare quello che cercavo e cui necessitavo.

Quando arrivai al ristorante fui accolto con la solita gentilezza e fui accompagnato allo chef table dove potevo ammirare la brigata all’opera. Era una delle cose che amavo di più e una delle poche che non avevo fatto con Cecilia, volevo che rimanesse mia e solo mia.

Come sempre mangiai bene ed abbondante, amavo ogni singolo piatto. Li assaporai fino in fondo come se fosse il mio ultimo pasto. Uscii per ultimo, ma non me lo fecero per nulla pesare. Mi ero fermato a parlare con lo chef e l’avevo avvertito della mia imminente partenza e che speravo sarei tornato presto a trovarlo.

Rientrato a casa mi soffermai sulla porta ad osservare l’ampio salone. Amavo gli spazi aperti, ma mi resi conto quante cose mi ricordavano Cecilia: dai cuscini sul divano alle due tazze lasciate nel lavandino o gli spazzolini in bagno.

Sentii il cellulare vibrare per l’ennesima volta, non potevo continuare ad ignorarlo. Non mi stupii a vedere il numero di casa, speravo solo che non fosse Cecila, ma le mie speranze furono disattese.

«Ti amo.» Furono le prime parole che udii. «Mi dispiace molto, possiamo parlarne? Tua madre è distrutta e tu mi manchi moltissimo.»

«A mia mamma passerà e passerà anche a te, Cecilia.» Mi resi conto che il tono che stavo usando era molto freddo e distaccato, ma forse era l’unico modo per farglielo capire. «Non ho intenzione di tornare ancora sulla decisione che ho preso. Ho prenotato il biglietto, la casa è quasi mia e non voglio in alcun modo rinunciare a ciò che ho deciso. Sai dopo che mi hai lasciato, ho pensato molto e mi sono reso conto che sto meglio senza di te.»

«Ma Erik non sono pronta a lasciarti andare. Io voglio costruire un futuro con te, una famiglia.»

«Io io io, ma ti senti quando parli? Hai mai pensato realmente a me o hai sempre e solo pensato a ciò che va bene per te?» Attesi qualche secondo, ma non rispose, avevo colpito nel segno. «Bene, visto che la questione è risolta, ti auguro di essere felice e di trovare l’uomo che potrà darti ciò che desideri.»

Misi giù il telefono sentendomi finalmente libero da ogni catena costruita in anni di amore che ormai stava diventando veleno e mi stava spegnendo sempre di più.

Mi diressi lentamente verso il mio ufficio, le finestre davano su Holland Park. Osservai le persone che entravano ed uscivano. Non si guardavano nemmeno e i turisti erano più impegnati a scattarsi selfie che ad avere una propria e vera conversazione con gli altri. Nessuno era interessato a ciò che provavano le persone che stavano loro vicino e questa cosa mi intristì moltissimo. Eravamo diventati veramente così tanto indifferenti e menefreghisti? Da quanto tempo era accaduto? Da quanto tempo anche io ero entrato in questo vortice? Da quanto tempo ero arrivato ad accettare il fatto che dovevo soddisfare i capricci di una persona per tenerla vicino a me?

Ogni momento che passava mi sentivo sempre più male perché capivo quanto ero diventato i fantasma di me stesso. Speravo solo di essere riuscito ad uscire dal tunnel in tempo per tornare quello di prima.

Avevo solo un modo per capirlo, chiudere questo capitolo e iniziarne uno nuovo.

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